Devo moltissimo al mio Liceo

Apro gli occhi. “Ah, sono a Trieste”. Chiudo gli occhi. “Sono a casa”. Sorrido, al calduccio del mio letto, in una fredda mattina d’inverno.

La sensazione è sempre la stessa, tutte le volte.

Sono cinque anni ormai che non vivo più nella mia città natale, Trieste, ma passare le festività in famiglia per me è una ricorrenza immancabile. Dove vivo ora? A Torino! E su Torino ne ho sentite dire davvero di tutti i colori, dal “è una città grigia e senza vita” a “è la città più bella del mondo”. Ovviamente non so quale sia la verità, ma posso raccontarvi come l’ho vissuta e la sto vivendo io.

Cinque estati fa, dopo aver terminato gli studi al mio amato Liceo Oberdan, mi è venuta la strampalata idea di iscrivermi al Politecnico. E in quel periodo c’erano diversi fattori che non avevo tenuto in mente: 1) che sarei effettivamente entrato 2) che mi sarebbe piaciuto fare ingegneria 3) che sarei finito a programmare droni e robot. Esatto, alla fine ho capito che il mio mondo è la robotica.

Se potessi tornare a cinque anni fa, ragazzetto diciottenne indeciso e insicuro, con un accenno di barba e poche idee chiare sul futuro, vorrei leggere questo articolo. Vorrei che qualcuno scrivesse nero su bianco che una persona normale e con un minimo di passione per la scienza ce la può fare. Ed è andata esattamente così. Al PoliTo ne ho incontrati, di geni. Ragazzi che leggono due volte una pagina di un libro e se la ricordano per sempre, ragazze che sanno fare conti a mente con numeri giganteschi. Esistono e, giustamente, fanno molta meno fatica di noi “normali”. Io invece voglio rassicurare tutti quelli vorrebbero, ma hanno paura di non farcela. A questi dico: se ce l’ho fatta, io, ce la può fare chiunque.

Devo moltissimo al mio Liceo. Quelli sono gli anni più belli, i più spensierati. O perlomeno è così che li ho vissuti io. Le ore di matematica a discutere con la La Macchia, le perle di saggezza dispensate dalla Marcolin, la lista dei nuovi vocaboli da sapere prima di vedere un film in inglese con De Cesco, i minuti di interminabile terrore aspettando il risultato della funzione rand() della calcolatrice della Pulvirenti, sono solo alcuni dei bellissimi ricordi che ho di una scuola magnifica. Non perfetta, ma funzionale. Probabilmente non sarei arrivato dove sono ora se non avessi scelto l’Oberdan.

Ed ora, si torna al lavoro.

Paolo

Paolo_Oberdan_PoliTo

Ultima modifica il 10-11-2020